• Marcello Cacace

Intelligenza Artificiale, Italia nel medioevo

Sono solo 85 i milioni investiti nel 2018. Vediamo come e in quali settori.


Delle 100 aziende considerate dalla rivista Fortune leader in questo ambito, 77 sono di marchio Usa, 10 di origine asiatica e solo 6 made in Europe

L’intelligenza artificiale (AI) è agli arbori, ma l’Italia e in generale l’Europa sembrano essere già in ritardo nella partita per il futuro di questo settore decisivo, che aspira a replicare i processi mentali umani più complessi mediante l’uso di un computer.


Le start up non se la passano meglio delle imprese strutturate. In Italia, infatti, sono circa 22, un numero certo esiguo se comparato alle 1.393 start up attive negli Stati Uniti e alle 183 presenti in Cina. Anche allontanandosi dai colossi per rimanere nei confini europei risulta ampio il divario tra l’Italia e le altre grandi economie del continente, con il Regno Unito (245 start up), la Francia (109) e la Germania (106) in testa alla classifica.

L’Italia dovrebbe fare di più in questo settore, soprattutto per quanto riguarda gli investimenti”, afferma Giorgio Metta, vice direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) con sede a Genova. L’Unione Europea è corsa ai ripari gradualmente, cercando di colmare il gap esistente rispetto a Stati Uniti e Cina con un investimento iniziale di 2 miliardi nel settore che dovrebbe aumentare fino a 10 miliardi nel prossimo futuro. Si è mossa però in ritardo. L’UE paga la mancanza di un ecosistema sul modello statunitense, dove imprese e università hanno un legame strettissimo che permette di trasporre i risultati della ricerca accademica in modo quasi immediato sul mercato. Manca, inoltre, un equivalente europeo dei colossi Amazon e Google. Non bisogna infatti dimenticare che i fattori chiave del successo in questo settore sono due: una grande quantità di dati e un’elevata capacità di calcolo”.


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